Non capita spesso. Non credo a chi dice il contrario. Chi ha grandi ambizioni e personalità rischia di trovarsi ingabbiato in una subdola e legittima (o legittimata) invidia davanti al successo degli altri. Il podio occupato da un nemico pesa quanto quello occupato da un amico, nel caso in cui si è corsa la stessa gara e a te, per qualunque ragione, non è toccata nessuna medaglia.  Nel migliore dei casi ammetti la tua inferiorità, nel peggiore ti appelli al destino o ai trucchi sporchi dei tuoi avversari. Ciò che rimane, però, è l’invidia e un tuo parziale o definitivo insuccesso. 

Ma, se quelli che hanno corso con te sono stati avversari leali, hanno condiviso con te la loro borraccia e ti sono stati vicino durante il percorso; ti hanno dato coraggio e fino all’ultimo hanno sperato di arrivare insieme al traguardo, allora è tuo preciso dovere unirti all’applauso e godere della loro vittoria. Confonderti nella folla esultante e sapere che saranno loro, per primi, a venirti a cercare per abbracciarti.    

 

Ho scoperto un nuovo modo per capire chi conta nella mia vita. Sono coloro che mi rendono felice quando vincono. Anche se per qualche istante, ho sperato di essere al posto loro.

 

Vi ricordate Alice che guardava i gatti ( e i gatti guardano nel sole) e poi Irene che fuma vicino a Lili Marlene che si fa bella e che mente sulla sua età? E Cesare che aspetta la sua ballerina per sei ore sotto la pioggia e il mendicante arabo che cerca fortuna nel suo cappello?  Poverini!… Non stanno vivendo. Stanno solo tutti aspettando qualcosa.E vi ricordate quello sposo impazzito che grida “MA IO NON CI STO PIU’ ” ? Attraverso la conoscenza e la consapevolezza di quello che vuole (o che non vuole) crea una profonda rottura con comportamenti che gli altri, ignari, ritengono folli. 

Lo sposo, nonostante tutto il dolore, VIVE. La crasi, potente si definisce nella contrapposizione tra “Alice non lo sa” e “lui lo sa“. Non sapere, dunque, è mentire, mentirsi. E’ la menzogna di Lili Marlene che non denuncia la sua età, è la bugia della ballerina che costringe Cesare a tante ore di inutile attesa; è quella del mendicante con un cancro in testa cui attribuisce ( il perchè mi è ignoto) il valore di portafortuna. E’ la menzogna di Alice che se ne frega e osserva la vita che scorre con superba indifferenza.Lo sposo fa casino. Urla, rompe una normale cerimonia di nozze. Però è l’unico, in questo gioco,  ad avere una voce, un impeto, una reazione. Una coscienza. La consapevolezza sta anche nel capire che non sempre i nostri desideri coincidono con quello che il nostro destino ha scelto di offrirci. 

Ma “CHI SI GUARDA NEL CUORE SA BENE QUELLO CHE VUOLE. E PRENDE QUELLO CHE C’E’ “. da ALICE di F. De Gregori e LA PIANTA DEL TE’  di I. Fossati 

“. da ALICE di F. De Gregori e LA PIANTA DEL TE’  di I. Fossati Buon Natale.     

Niccolò

Quando un desiderio vola in alto. Molto più in alto degli ideali. 

Un grande spettacolo che corona l’antico sogno degli uomini. Elevarsi da terra e guardare la vita che scorre laggiù. Con le sue regole, con la suA gravità e le suE gravità. Ho visto mia sorella ballare molte volte in teatro e a casa. Non l’ho mai vista-evidentemente-fluttuare nell’aria prima di questa sera. Una grande emozione e un grande onore. Quattro ballerini acrobati che lievitano e scivolano tra le molecole di ossigeno e di luce compiendo meravigliosi disegni nell’aria e nello spazio. Da sempre mi commuove chi si porta al limite. Non importa se aiutato solo dal suo spirito o da illusioni ottiche. Mi piacciono le grandi imprese. Quelle in cui ci si può immedesimare o quelle dove si ha solo l’obbligo di restare in silenzio a guardare.

E mia sorella vola Chiunque lavori sodo per molti anni ( qualunque cosa faccia) merita molto più del tanto decantanto quarto d’ora di gloria. Merita di arrivare per tempo alla stazione dei “treni storici”. Quelli che non è nemmeno detto che passino. Però l’impegno e la ricerca costanti fanno sì che ad un tratto la stazione magica ti si presenti davanti. Allora se si è pronti, si può prendere coraggio ed entrare.            Aspettare ancora. Ancora aspettare. Poi se quel treno, che in lontananza si intravede, decide di fermarsi, allora salutare tutti e salirci sopra. 

E mia sorella vola. Con la leggerezza di un angelo e la pazienza di chi conosce il valore di restare sempre coi piedi per terra.Andate a vedere NO GRAVITY se verrà nella vostra città. E’ uno spettacolo da non perdere. Non ve lo dico perchè mia sorella ci balla  e ci vola ( o non soltanto, per lo meno) ma perchè avrete la sensazione di volare per un’ora anche voi. 

Anteprima mondialeOggi si vola. A teatro

Al Nazionale lo show «No Gravity» con Brian Sanders. Quattro ballerini-acrobati «galleggiano» in un cubo magico 

Marchingegni barocchi e tecnologia contemporanea: bisogna avere una fantasia sbrigliata come quella di Emiliano Pellisari per fondere elementi così lontani, nel tempo e nella concezione, in uno spettacolo che ricrea l’illusione del volo umano. Nasce così «No Gravity», show «antigravitazionale» costruito secondo i dettami del physical theatre caro agli anglosassoni che debutta stasera in prima mondiale al Nazionale. Autore e regista, Pellisari si è lanciato nel progetto con l’entusiasmo di chi ama il teatro immaginifico seicentesco e rinascimentale coinvolgendo una squadra capitanata dal ballerino e coreografo Brian Sanders, cresciuto con Pendleton e i Momix e capace di mettere a frutto il suo training artistico in vari ambiti, compresa la tv (fra l’altro è stato il coreografo del «RockPolitik» celentaniano). Nei 19 quadri nei quali si articola lo spettacolo — incastonato in un «cubo magico» che occupa la ribalta e dà l’idea di un vuoto in cui si galleggia in libertà — i quattro performer in scena (oltre a Sanders, Barbara Cardinetti, Guendalina Agliardi e Giuseppe Verzicco) sono insieme ballerini e ginnasti, acrobati e attori, impegnati nella sfida del corpo umano liberato dai vincoli della forza di gravità. Superati i concetti di sopra&sotto e alto&basso, «No Gravity»si vota alla «verticalità» in una sarabanda sbrigliata di suoni e luci che sottolineano gli intrecci aerei dei movimenti: duetti, terzetti e quartetti di volta in volta atletici, romantici, comici o riflessivi.

Su una colonna sonora (curata da Marco Iannelli) che spazia da ritmi scatenati a suggestive atmosfere lounge, le evoluzioni catturano l’attenzione del pubblico distraendolo dai giochi accorti di teli e pedane, meccanismi rifrangenti e trucchi cinematografici alla «Matrix», proiettori e computer utilizzati per dare l’effetto dell’uomo «essere pensante, ma pesante» (come lo descrivono gli autori riuniti sotto lo pseudonimo di Raul Santiago) che conquista la leggerezza nel volo.

 

“E’ come quando pensi a una parola e continui a pensarci finché non è altro che un suono.
Solo che mi succede con la vita.”
                                                                                                (Andrea De Carlo) 
Aver  paura di star bene e riuscire a rovinare tutto da solo.
Osservarsi da fuori e non capire più se si è quello che osserva o quello osservato.
Giocare con il pensiero e sfidarsi.
Avvicinarsi al bordo della cascata per vedere fino a dove si arriva senza precipitare.
Precipitare.
Afferrare un ramo. Salvarsi.
Rimanere appesi per un po’ nel vuoto.
Con la sicurezza che qualcuno verrà a tendere la mano.
O ricordarsi di averne due e grazie a quelle risalire da soli.
Sono tornato ieri dall’Africa.
Gli odori, i colori, le stelle e l’immensità.
Insieme a Laura, Giulia e Simone. Che bello sapere di averli vicino..
Stasera concerto dei Coldplay a Milano. Definitivo e bellissimo.

Torno a casa un po’ stanco dopo una lunga giornata in studio.
Scarico le mail e tra le solite decine di cazzate  e di spammig velenoso ne leggo una  che comincia così:
 
“Caro Nic,
Non ti sento più da un pezzo. Come va? Dove sei? Sei sempre in radio?
Rispondi appena hai tempo e voglia.
Da me niente di nuovo, tranne la voglia che ci sia qualcosa di nuovo.
La vita è molto strana: Per anni non riesci a fare tutto quello che vorresti fare, poi, di colpo, scompare tutto: Quello che ti interessava non ti interessa più, i contatti umani si diradano e, in realtà, non me ne importa più niente. Mi rimane ancora la lettura, alla sera, e, di giorno, la ricerca della natura (che in realtà a Milano è piuttosto povera!).”

Potrebbe non esserci nulla di strano se non un eccesso di pessimismo leopardiano in chi scrive. Magari un amico che non sento da qualche tempo, un po’ rottamato dagli eventi o uno sfogo depressivo di un’amica in cerca di attenzioni che si sente un po’ trascurata.
Invece chi scrive è mia nonna, che ha abbondantemente superato gli 85 e a questo punto, mi verrebbe da dire che ha superato pure sé stessa.
Una donna che decide di comprarsi un computer, scegliere se affidarsi a Mac o a Bill Gates, districarsi tra le mille offerte e promozioni telefoniche,  collegarsi a internet , crearsi un account , scrivere una mail e inviarmela attraverso l’indirizzo del mio sito. Geniale.  E poi mi racconta che non c’è niente di nuovo tranne la voglia che ci sia qualcosa di nuovo…  vaffanculo nonna.  Beata te che hai i contatti umani diradati, (io i capelli) che leggi di sera e che di giorno cerchi la natura a Milano e la difendi con un eufemismo generoso.
Beata te che ne hai visti di tutti i colori e che ne continui a vedere. Che hai viaggiato per tutto il mondo e che rosichi perché non hai visto mai l’Australia. Che hai conosciuto  prima il telefono, poi la televisione, poi il fax, poi i telefonini, poi il web. Il tutto crescendo quattro figli, svariati nipoti che a turno volevano l’abbonamento a “Topolino” il “DolceForno Harbert”, le “Girelle” e la play station. 1e2.  Leggendo Dante e trasmettendo il tuo amore per l’Africa. 
Mi stanno scattando un cinismo, un’invidia e un amore enormi. Con la presunzione di credere che il DNA non sia un’opinione e di trovare, un giorno, lontanissimo da qui, il coraggio e la sfrontatezza di scrivere a mio nipote le stessa cose che oggi mi scrivi tu.. Magari attraverso la trasmissione del pensiero.

 

Sto cercando di fare tutto il possibile per arrivare a sera ed essere soddisfatto di me.
Chi ha scelto di fare un “mestiere” così poco convenzionale come il mio si trova spesso a fare a pugni con il proprio tempo e con quello degli altri.
Ho passato lunghi periodi a domandarmi cosa fare dopo aver preparato il caffè della prima colazione. Con grande invidia e, a volte, velati insulti da parte di chi ha una vita scandita dalla sveglia, dalla fermata della metro, dal badge in ufficio, dalla pausa pranzo, dalla casa da sistemare e affari simili. Cioè una vita normale.
Che io sia un privilegiato non c’è dubbio. Ma che la vita scombinata di uno che vuole fare musica sia sempre una figata è molto discutibile.
Ci sono ore incolmabili ad aspettare e a guardare il soffitto fino a conoscerne a memoria le crepe e le imprecisioni.
Ci sono imprecise giornate dove non si tratta di aspettare l’ispirazione ma  semplicemente che chiami qualcuno che dia un senso all’ eventuale ispirazione. (si potrebbe replicare che l’arte la si fa principalmente per sé stessi… esatto: principalmente… )
Poi, per fortuna, ci sono anche periodi (come quello che sto vivendo ora) dove le cose da fare non si contano e dove il tempo per portare a termine ogni progetto cominciato non è mai abbastanza.
Il fatto è che, in entrambe le alternative, sfuggono di mano e di mente piccoli ma fondamentali gesti che sono quelli che riempiono la vita in un caso e che la migliorano nell’altro.
Fare un elenco completo sarebbe buonismo a buon mercato e somiglierebbe a  quella lista che gira ogni tanto via mail attraverso quelle catene di Sant Antonio insopportabili che chiudono dicendo che se non si rinvia la stessa a dieci persone si sarà perseguitati dalla sfortuna.
Puttanate a parte, devo fare piccole cose. Pagare le bollette e dire alle persone che amo che le amo. Passare a trovare Paola e Fabio che sono parte della spina dorsale della mia vita e conoscere Federico che è già un mese che è su ‘sto pianeta e ancora non gli ho stretto la mano.
Piccole Cose Sostanziali.

Avrei giurato che la scatola nera fossa andata perduta. Sprofondata  in fondo all’oceano e che nemmeno il più sofisticato mezzo tecnologico avrebbe più potuto recuperarla.
E invece basta un suono, una rima , una sola frequenza che tocca una corda e la fa vibrare tanto da riuscire a far tornare a galla quel ammasso di latta e ricordi che pesano come il piombo.
Sono le quattro del mattino tra venerdì e sabato ed è un’ora consigliabile per andare a dormire.
E invece, mannaggia alle canzoni.
Una; ne basta una, che nemmeno mi piace,  ma che è stata capace di gonfiarmi gli occhi e accorciarmi il respiro.
Che ha riportato in camera mia lo stesso odore, le stesse smorfie e lo stesso sorriso di tanti mesi fa.
Sfidiamo le distanze con gli aerei, con i treni con il web, con  le  autostrade e con i motori. Sfidiamo il tempo con il cronometro, con la adsl,  con il telepass, e con i mezzucci anti età.
Poi basta una canzone per annullare le distanze e il tempo.
Tutto lavoro sprecato. “lontano dagli occhi e lontano dal cuore” un paio di balle.
i-tunes. Modalità shuffle. Quattro note di intro in una sequenza che non lascia possibilità d’appello.
Quella era e quella rimane.
Piangi Agliardi. Piangi che ti fa bene.
Nessuno ti vede. Ti va di lusso che lo puoi scrivere e raccontare a qualcuno.
Non ti vede chi vorresti ti vedesse piangere. Non ti legge chi ti manca. Stanne certo.
Avresti  il coraggio di riaccendere il telefono, comporre il Suo numero e , con la voce zoppicante e condita di lacrime gridare che ti manca?!  No eh… Piangi Agliardi. Esci da i-tunes, spegni il computer, la luce e vai a dormire.

Eh. certo! Fosse facile.. Tra l’altro, chiunque ti fa fretta con una frase così antipatica come “vieni al dunque”, mentre stai parlando, non capisce che non esiste modo migliore per metterti ansia e per sortire l’effetto opposto. Lo so che sarebbe bello che tutti avessero uno spiccato senso della sintesi e le idee chiare. Lo so che la concretezza è un valore da difendere e da applicare il più spesso possibile. Io stesso, per primo, non amo le persone che si attorcigliano in discorsi scombinati. Se proprio non c’è un capo, che almeno ci sia una coda. O viceversa. 

Eppure davanti a chi reagisce alle mie insicurezze e alle mie perplessità con un pressante “vieni al dunque”, so solo fare spallucce voltarmi e andarmene.  Cos’ è il dunque? E’ uguale per tutti? Dove si trova? Per forza alla fine di un discorso? Per forza al compimento di un risultato o di un successo? O piuttosto nella fatica e nel tempo che uno ci mette ad arrivare a quel maledetto “dunque“…     Magari camminando proprio per tracciare una strada che non c’è. Magari farneticando tra i propri pensieri fino a trovarne uno che diventa intuizione e poi azione. Al dunque ci si può arrivare da soli, in un attimo, con una folgorazione. Ma ci si può arrivare anche con il tempo, con un imprevisto che -come nel Monopoli - si può trasformare in probabilità. Ci si arriva in due, in cinque, in cento. Con un aiuto o con le proprie forze. Con il proprio talento o anche assieme a quello di qualcun altro. 

Sono molto lontano dall’idea che qualcuno ha del “dunque“. Me lo ricorda spesso il tipo della banca, qualche parruccone discografico, l’approssimazione di alcune mie giornate, l’assenza di una relazione stabile e di qualcuno che mi aspetta a casa. Me lo ricorda anche quel terrificante senso di solitudine e di incompiutezza che a volte mi prende. Ma che, in questo caso, (per fortuna) è affare di molti.   Me lo suggerisce, adesso, anche la lunghezza di questo blog. Eppure, mi creda chi legge, ho la netta sensazione che il mio dunque, oggi, sia proprio nel tentativo di riordinare con calma e con metodo ciò che è descritto nelle righe precedenti. 

E non nella risoluzione immediata di esse.

 

Legati da molto meno dei “sei gradi di separazione”. Molto più di quanto non si possa immaginare. Più passa il tempo e più mi accorgo che il destino è una tovaglia comune sulla quale sono apparecchiati molti più coperti degli invitati previsti per cena.

Eppure arriveranno tutti. Invitati e non. Chi con qualche ora in anticipo, chi puntualissimo, chi quasi alla fine; poco prima del caffè. E, incredibile, si conosceranno e ci conosceremo tutti. Spiegami che c’entra Francesco con Daniela. Daniela con Davide e Davide con Ludovica… C’entrano tutti. Con tutti. Qui non si tratta di proprietà transitiva. Qui non si tratta che siccome io voglio bene a Maria, allora Andrea che vuole bene a me, vuole bene per forza anche lui a Maria. 

Qui, piuttosto, si tratta di un disegno molto più alto e preciso dei nostri aperitivi e delle nostre simpatie. Siamo legati. Che ci piaccia o no. E ci piace. Perchè, per nostra fortuna, siamo tutte persone “carine”. (il termine è detestabile, lo so. Non ne ho in mente uno più adatto.) Allora non sorprendiamoci più quando ci troviamo a centinaia di chilometri di distanza a parlare di uno e dell’altro con persone che fino ad un attimo prima credevamo impensabile che potessero conoscerci ed amare i nostri stessi oggetti d’amore. Siamo legati. Nel bene e nel male. E nel bene. Perchè, per nostra fortuna, siamo tutte persone “carine”. (vale il discorso di prima.) 

Siamo parole crociate. una intrecciata all’altra. In un magico e inquietante cruciverba. L’unica prigione che accetto e dalla quale non tento di evadere. Nel mio nome e cognome in orizzontale c’è spazio per quindici intersezioni verticali e a partire da lì i multipli non si contano più.Chissà qual’è il confine.  E chi delimita i lati del quadrato oltre i quali non si possono aggiungere nomi. 

Per ora mi piace la lealtà e la passione di questa “squadretta rionale”. fastidiosamente elitaria e tremendamente snob. Dove però vige ancora la regola che dove si mangia in cinque si mangia anche in sette e dove si mangia in sette si può mangiare anche in nove.  E quando finisce il sugo? Chiedono i detrattori… Non so. Siamo legati. Ci siamo legati.

“Lascio che sia tutto sospeso. Solo col ghiaccio nel bicchiere. 

Non sono affatto esagerato. In fondo, ho smesso di fumare. 

Insieme a lei, che forse mente. Ma più mi sfugge e più è di fronte. 

E più la cerco e più è distante.” 

 

Proprio là, dalla radio, da dove normalmente partono messaggi rassicuranti; da dove arrivano e si diffondono canzoni e softnews rubate dalle “brevi” di quotidiani gratuiti, si stacca una storia che sempre di più ha dell’incredibile. Eppure è una storia che sempre di più ci appartiene e sempre di più diventa vera e vicina. 

Allora parte la rincorsa all’edizione straordinaria, alla notizia più cruda, a quella più drammatica che in definitiva è poi quella più vera. Parte la ricerca dell’identità del nemico che si fonde con un viso tirato e barbuto e con un’intera ideologia. Proviamo, noi, ad intuirne i confini e ad indovinarne le traiettorie. E tanto più è precisa per chi la sente e la vive, tanto più è incomprensibile per chi, disperatamente la subisce. Scivola il ricordo alle Torri, alla ferrovia madrilegna, sorvola l’insicurezza delle capitali mondiali  e approda a Londra. Oggi.  E diventa notizia per chi la sa dare, e diventa opinione per chi ne ha una, e diventa un’immagine per chi la sa fermare.

Per alcuni, per molti, per me, il ricordo si fa solo paura trasformandosi poi, in un  bisogno privato di sicurezza. Penso, in questi momenti, a cosa mi rende sicuro e protetto. Le solite cose. le solite meravigliose cose:  

due genitori generosi e una sorella che balla. Dieci amici che sono i miei eroi, una casa, il mio lavoro, i miei dischi, i miei libri, i miei segreti e lo sguardo delle persone che amo che punta dritto e fiero al futuro.

 

Di acqua e di respiro, di passi sparsi, di bocconi di vento
di lentezza, di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro, di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti.
Di come fare, di come dire, di come fare a capire.

Si vive di danze, di ballo sociale;
Di una promessa, di un faccia differente.

Si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti, di fuochi desiderati.

Si vive di sguardi fermi, di risposte folgoranti
di lettere partite che aspettiamo in cima al mistero di essere così soli.
Di questo si vive, e di tant’altro ancora;
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.
(DISCANTO – Ivano Fossati -)
Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.
Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.

Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.

Finisce l’ubriacatura collettiva di una notte bianca a Milano. Si ritira quella distesa sconfinata di gente e di sguardi che, nella vita, non capiterà spesso di rivedere dal punto di vista privilegiato di un palco. Ho provato a guardare più persone possibili negli occhi nel tempo concesso di una canzone. Difficile, inebriante, emozionante. Ho visto la mia città sotto una veste insolita. Rumorosa, divertita e divertente. Ho cercato di capire cosa stesse accadendo senza scivolare nella sentenza comune della musica che unisce e incanta. Ho riflettuto sul bisogno di esserci, chi da protagonista, chi da comprimario, chi, semplicemente, da osservatore. Fotografando uno spazio che cambia a seconda della temperatura atmosferica e dello spirito di chi lo occupa. 

Centomila identità, centomila storie, centomila mestieri e altrettante chiavi di casa. Tutte insieme. tutto insieme. Un po’ per la musica, un po’ per sè stessi, un po’ per gli altri, un po’ per perdersi, e un po’ per esserci. Non ci ho capito nulla di quello che è stato e di quello che ho scritto. Però c’ero anche io. e da lassù ho visto uno spettacolo straordinario. Qualcuno cantava la mia canzone. Io invece ero in playback. Commovente. 

Ah, il solstizio. C’è che è tornata l’estate.

 

Credo di aver fatto un disco che racconti prevalentemente della comune paura di essere abbandonati. Lo stavo riascoltando ieri in macchina e mi sono accorto che, quasi in ogni canzone, lo spettro della lontananza e quello del distacco sono presenti spesso e  sotto forme diverse. Non ci ho fatto caso quando scrivevo.  Mi sono domandato che sapore avrebbe avuto un disco in cui avessi raccontato di un amore completo, realizzato e spogliato dalla paura. Non so… probabilmente dovrei viverlo prima di riuscire a raccontarlo.Intanto l’estate bussa alla porta e, come sempre mi succede in questo periodo, ho la tendenza a stilare un bilancio dell’inverno e del tempo passato. Non va male, davvero. I bersagli centrati mi aiutano a trovare il coraggio per tentare di prendere nuovamente la mira per quelli mancati. 

Qui, al “12″ sono passati in tanti, a pranzo e a cena. E su questo tavolo dal quale vi scrivo, si sono incrociate conversazioni di uomini e donne intelligenti e sensibili che hanno riempito casa mia di voci e di intuiti. Springsteen a Milano è stato strepitoso e commovente. Tom Mcrae è il disco che sto ascoltando e che vi consiglio. Con gli “ausiliarideltraffico” (?!) io non ci riesco a parlare… 

Grazie a tutti quelli che mi scrivono e che hanno comprato e ascoltato 1009.

 

Vorrei imparare a gioire delle cose belle che ho. Senza cercarne sempre e per forza delle altre. Sono stato bene. >poi male. >E poi di nuovo bene. >e poi non so. Non so dire, in definitiva, come sto.Però almeno, oggi, riesco a riconoscere il miracolo di certi incontri e di certe casualità. 

Sono tornato ieri da Napoli. Tutte le volte che ci passo, quella città mi carica di allegria e di coraggio. Ho ascoltato tutto. Quello che succedeva fuori e dentro di me. Mi sono perso un po’. Ma per poco, questa volta; senza troppa paura.  A Piazza Plebiscito, in quella specie di frenesia collettiva da back-stage, ho rivisto amici “di transito” e Amici che “mi sa che non li perdo più”. 

Ho mangiato benissimo e ho riso tanto. (Auguro a tutti di passare dieci minuti in compagnia di G-Max dei Flaminio Maphia… è strepitoso!) Sono andato a dormire all’alba come non mi capitava da tanto e ho preso il sole sulla mia nuova capoccia fresca di rasatura. Poi quei due occhi, giganteschi e lucidi… Ci sto pensando e ripensando. Sto nel turbine del messaggino…  Ragazzi, lei è tosta. That’s entertainment! Come mi insegna qualcuno. Buona notte.

 

A presto. N

Ogni volta che passa lo aspetto. Ogni volta che arriva mi tramortisce.Saranno le chitarre imponenti che riempiono l’aria e lo spazio, sarà quella voce che si fa sempre più ruvida e graffiante, sarà l’impeccabile silenzio tra una canzone e l’altra. 

Saranno, più probabilmente solo le canzoni. Quelle con cui sono cresciuto e che avrei voluto saper scrivere io. Tante parole, tantissime. Eppure un ordine e una disciplina in esse ,da non lasciarti scampo. Non un aggettivo fuori posto. Nessuna fascinazione per le facili rime e chili di poesia che ti travolgono e ti stendono al muro. Ha avuto rispetto, più di altre volte. Lasciando il vestito a cui siamo abituati e con cui abbiamo conosciuto canzoni come “La leva calcistica”, “Rimmel” , “Generale” e “Pezzi di vetro”. 

Partendo da Dylan e a Dylan approdando, con le imprevedibili variazioni su “Compagni di viaggio” e “Buonanotte Fiorellino”. Un concerto bellissimo. Evocativo e semplice. Ci sono stato con Lu e Stefano.  Ci siamo fatti un regalo.

Vorrei che tutte le persone che amo, un giorno, ascoltassero assieme a me un concerto di De Gregori. Ho la sensazione che sarebbe un gesto, questo, di grande intimità. Un po’ come prendere un aereo insieme o dormire vicini. Non ho mai voluto incontrarlo. Non sa di me, della mia tesi che lo riguarda e del mio disco. Avrei voluto regalarglielo, l’altra sera, ma aspetto ancora.

Perchè il giorno in cui lo incontrerò voglio trovare il coraggio di chiedere se posso cantare con lui una strofa di “Cercando un altro Egitto”. 

< ...Un amico d'infanzia , dopo questa canzone, mi ha detto :"Benissimo, è un incubo riuscito. Ma dimmi; sogni spesso le cose che hai scritto, oppure le hai cantate solo per scandalizzarmi?" Amore, Amico, vattene via! Che devo ancora svegliarmi...>

 

C’e’ laura che si perde  per il bene degli altri.C’è Stefano che si muove molto quando gesticola e che parla poco ma trasmette tanto. 

C’è Ale B. che fa l’amore con la musica. C’è Marcello che vuole fare altro. ma l’”ALTRO” gli sta ancora stretto. 

C’è Roberto che ci fa ridere perchè pensa di saper imitare Raimondo Vianello e secondo noi non è un granchè… C’è Lu,  che è vestita di nero  ma ha  un cuore coloratissimo. 

C’è Massimiliano che  quando parlo con lui mi accorgo che alzo sempre la voce. C’è Claudio che in questo periodo deve risolvere faccende. Ama quello che scrivo e ha il coraggio di dirlo forte. 

C’è Paola che stasera è passata per la prima volta da casa mia. Una donna dolcissima. C’è Matteo che è in tour e mi manca. 

Un altro Matteo che parla da Roma e lo sento a Milano. Lo sento.Un altro Matteo. Che da dieci anni mi prende in giro con amore. 

C’è Ale C. Ma non so dov’è.

 

 

Domani. Tra poche ore. 

 

Avete mai aspettato tanto? Così tanto da non ricordare quanto?Venerdì tredici: Il giorno migliore per dissacrare. Il giorno migliore per beffarsi del destino e per giocarci insieme.

Ho letto  su un cartellone pubblicitario, stasera, il titolo del nuovo film di M. T. Giordana. :QUANDO SEI NATO NON PUOI PIU’ NASCONDERTI”   (definitivo e geniale) 

bene. allora giochiamo. 

Buona notte ragazzi. Tra poche ore esce il mio disco. Domani me lo compro.

 

Questo è uno spazio mio e di chi vorrà occuparlo con le proprie parole.
Ed è per me uno spazio importante.
Non ho mai tenuto un diario privato. Credo di averci tentato un paio di volte con risultati poco confortanti.
La mia poca costanza e il mio scrivere su qualunque foglietto sparso e nei momenti meno indicati non mi ha permesso di conservare e riunire quello che sicuramente, ogni tanto, avrei avuto voglia di rileggere.
Credo che questa sia una buona occasione.
Qui mi permetterò di raccontarmi, di appuntare riflessioni e di appagare quel sottile narcisismo che chi sceglie di fare questo “mestiere” sicuramente nasconde dentro di sè.
Spesso mi succede di andare a dormire con un senso di incompiutezza per non aver detto tutto quello che avrei voluto dire, per non aver avuto soltanto l’occasione di esprimere un opinione, per non aver alzato la voce quando l’avrei ritenuto possibile, ma forse in alcune circostanze, difficile.
Bene, qui, se ne sentissi la necessità mi riprometto di farlo.

 

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