“Perfetti” è una canzone. Né più, né meno che una canzone.

Bella per alcuni, meno per altri. Destino comune a quasi tutte le canzoni.

“Perfetti” è una mia canzone che, con mia grande sorpresa, è diventata una canzone di molti.

Prima di tutto, però, “Perfetti” è una storia vera che mi ha raccontato Marco in una mail che mi ha inviato qualche mese fa. Come tale vorrei che venisse rispettata e ascoltata. Da chi ne ha avuto e ne avrà voglia.

L’ha ascoltata e gradita, tra i primi, il mio amico giornalista Pierluigi Diaco che ne ha colto la sincerità e le potenzialità. Per questo, qui, voglio ringraziarlo.

E non mi stanco di dire che una canzone andrebbe prima di ogni altra cosa sentita.

Poi se ne può parlare, certo. Ma una canzone non può vivere di polemica e di giornali, morirebbe ingozzata da una vita che non le appartiene.

Ecco perché, ancora una volta, ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno scritto dopo aver cliccato “play” e non solo dopo aver sentito il mio nome in giro, averlo letto sui giornali in antitesi a quello di Povia , intercettato in qualche passaparola impreciso, giocando al toto-big che ha rinunciato a duettare a Sanremo.

Faccio il cantautore e non l’agit-prop (come mi ha insegnato a dire il mio amico Andrea).

Sono felice di sapere che “Perfetti” ha corso più veloce di me. E di tutto il resto. Si vede che ne aveva bisogno.

E questo è tutto.

Vi abbraccio forte. Nicc

 

E va bene, siamo alla frontiera..
-Passaporto ce l’hai..?
-Si tutto a posto.
-Schifezze varie in tasca, rimasugli?
-Ma secondo te?
-Bho, non si sa mai.
-No, no, niente cannette.
-Nulla da dichiarare, quindi.
-Nulla, vai tranquillo. Niente da nascondere.
-Allora ci faranno passare.
E invece no. Gendarmi grevi e insistenti.
Che cazzo sperano di trovare? Sono pulito; sono a posto. Da sempre. Fin troppo a posto.
E’ primavera, e piove. Ragione per cui, questi quattro stronzi dei poliziotti di frontiera dovrebbero starsene in guardiola a fumare e a leggersi i giornali. Lasciandomi perdere. Lasciandomi passare.
Invece, no. Guarda che imbecilli. Si pigliano l’acqua e si ostinano a cercare il male, laddove di male non ce n’è.
Sono senza macchia. Lo giuro. Non sempre. Ma oggi sì.
Volevo solo viaggiare. Volevo passare la dogana; mica da clandestino, ma da uno che è in viaggio da un bel pezzo e che di frontiere ne ha già viste tante e, da tutte, è passato quasi indenne.
Pensavo che sarebbe stato così pure per questa.
E invece, no.
-Prego, aprite pure la mia valigia. Trovato nulla? Ve lo avevo detto.
- No, Cristo! Pure nel sotto bagaglio dove c’è il ruotino di scorta? Ma mi volete lasciare in pace?!
Cosa staranno cercando? Perché mi tengono qui?
-Forza, allora… perquisitemi l’anima. Ma poi rimettetela a posto, perché non è una divisa che vi autorizza a scombinare tutto e a lasciare disordine.
Io volevo solo arrivare a destinazione. E per arrivarci devo passare di qui. Mi sta bene la sosta e mi sta bene il controllo. Ma l’ostinazione no.
Odio le mie di ostinazioni; quando sono ridicole e patetiche. E non provate a confondere la caparbietà e la tenacia con l’insisitenza fine a sé stessa. Io ci sono arrivato. Perché non ci arrivate voi  che fate questo lavoro tutti i giorni?
Ma possibile che non avete ancora imparato a distinguere  un criminale da un viaggiatore?
Fa freddo e mi avete lasciato in mutande in mezzo alla strada. E anche a tornare indietro, a casa, adesso sarebbe troppo lunga… Ho già fatto tanta strada; cosa vi costa richiudere tutto, mettere un timbro al mio documento e farmi continuare?
Pago le multe, e anche le spese di spedizione. Non butto cartacce per terra e faccio la raccolta differenziata. Si, è vero, ho desiderato la donna d’altri e talvolta pure le cose altrui. Ma se non le ho avute non ho fatto casino. E poi, alzi la mano, chi di voi non si è macchiato di questi o altri peccatucci…
Non vi basta, eh? Proprio non volete che io stacchi la mia ombra da qui e che prenda il volo…
E va bene, ma almeno ditemi come cazzo vi chiamate.
Così che, se proprio devo restare in vostra compagnia, almeno io sappia con chi ho a che fare.
Minchia; tutti Niccolò vi chiamate?
Coincidenza,schiacciante.
Piacere, Niccolò.

Mesi accesi, questi ultimi.

Ecco le novità degne di nota:

I primissimi giorni di gennaio uscirà “Da casa a casa”. Il mio secondo disco. Dodici canzoni che spero possano suonare presto in casa vostra, nel vostro   I-pod, nelle vostre macchine. Un lavoro intenso e gratificante lungo due anni e, a volte anche piuttosto faticoso. Lo porto in palmo di mano. Spero possiate fare lo stesso anche voi.

A fine febbraio potrete leggere anche il mio primo romanzo scritto assieme al mio amico Alessandro Cattelan. Si intitola “La vita è un’altra cosa”. Rispetto a che ? Chiederà qualcuno di voi… Permettetemi quel minimo di souspance che potrete sciogliere leggendolo.

E’ uscito il nuovo disco di Eros Ramazzotti. “e2″. Uno degli inediti  “Ci parliamo da grandi”. E’ stato scritto da me, insieme ad Eros e Guy Chambers (lo storico produttore e collaboratore di Robbie Williams). Sarà, a breve, un singolo e sarà una delle canzoni contenute nella colonna sonora del nuovo film diretto da Luca Lucini.

Oggi, nel mio programma in radio, in occasione dell’uscita del suo ultimo disco “Di rabbia e di Stelle”,  ho avuto l’onore e il privilegio di fare una lunga intervista a Roberto Vecchioni (andrà in onda sulle frequenze di RadioInblu il 21 e il 28 novembre alle 17.36). Ho incontrato un grande uomo, capace di raccontare sè stesso, e il suo percorso umano e musicale-non sempre indolore-degli ultimi trent’anni con una schiettezza e una dolcezza ammirevoli. Conosco e ascolto da anni i dischi del Professore e sentirne parlare da così vicino e con tanta accorata sensibilità è stata per me, credetemi, una profonda emozione.

Questo per ora, è ciò che conta.

Io mi diverto a sfidarmi. Cercando di farmi compagnia e avendo ogni giorno un po’ meno paura.

Di che? Domanderà qualcuno di voi… Permettetemi quel minimo di souspance che scioglierò davanti a me stesso, per primo, nel tempo.

Vi abbraccio. E ringrazio tutti quelli che continuano a scrivermi e che mi aspettano.  N.

 

 

Sta lì sopra con l’unico scopo di non cascare.
Perché ci sia finito lì, non è dato saperlo.
Perché ha scelto un filo per aria e non i birilli da lanciare, se vuole, un giorno lo dirà lui.
A lanciare birilli e palline, tutt’al più serve allenamento.
A camminare su un filo serve un pensiero in più.
Partire da un posto sicuro e arrivare a destinazione sano e salvo, passando attraverso il vuoto è una sfida scriteriata ma necessaria.
Non credo nemmeno che guadagni di più di un giocoliere.
Ma un funambolo, non è per forza, un imbecille matricolato.
Avrà i suoi buoni motivi per sfidarsi lassù. Non è nemmeno detto che gli piaccia volare, viaggiare in aereo o buttarsi col paracadute. Non è nemmeno detto che gli piaccia restare là sopra  a provare la vertigine dell’altezza.
Però, per ora ci sta. Con dignità e concentrazione.
Passo, dopo passo,esitazione, dopo esitazione; da un punto all’altro. Come una missione.
Come un’ossessione.
Come se sulla piattaforma d’arrivo ci fosse la più grande delle ricompense.
Invece ci sarà solo lui, all’arrivo. Lui da solo. Tutt’al più accompagnato da un  applauso che partirà dal basso.
Questa sera. Come molte altre passate e come altre che verranno.
Ma  riuscire a riconoscere il suo nome dagli altoparlanti, non appena avrà terminato con successo il suo esercizio e capire che quel nome appartiene a un uomo vivo e non solo a un funambolo in bilico  sarà, davvero, per lui un grande premio.
E quando non penserà più, né al nome, né all’uomo, né al premio, né al filo, né all’equilibrio, né al pubblico, né ai birilli, né al vuoto; ma avrà solo sonno e un po’ di fame;
Allora scenderà dal trabiccolo e si andrà a mangiare una pizza. 

Guarito.

Tornano le emozioni.
Quando stai meglio. Quando al panico si sostituisce il respiro.
Quando alla ferraglia del cervello si sostituisce il battito del cuore.
Va bene pure se batte forte. Meglio, addirittura.
Meglio non controllare il cuore che controllare i pensieri.
Più cerchi di controllare la mente, più quella và dove le pare.
Provate a chiedere a un millepiedi come fa a muovere tutte quelle gambette insieme;
un torto peggiore non potreste farglielo.
Lo immobilizzerete e non penserà più a godersi il paesaggio.
Non chiedetegli niente. Fatelo andare avanti per la sua strada. Diventerà grande da solo.
Signori, il nuovo disco è praticamente finito.
Ecco la lista di tutti i musicisti che hanno suonato:
Simone Bertolotti, Emiliano Bassi, Matteo Bassi, Andrea Polidori, Michele Quaini, Max Elli, Marco Mariniello, Elvezio Fortunato, Fabrizio Leo, Andrea Rigonat, Niccolò Fabi, Andrea Di Cesare, Max Zaccaro, Stefano Signoroni, Barbara Zappamiglio, Maurizio Bassi, Alessandro Cottarelli, Alessandro Arianti, Simone Patrizi,  Aida Cooper, Andrea Cortesi, Stefano Rondoni, Luana Monachesi,  Ermanno Vallini, Marco Barusso, Francesco De Nigris.
A questa lista aggiungo Luca Chiaravalli, Michele Fischietti, Pier Cortese, Davide Devoti, Alessandro Branca, Adam Conway  che hanno scritto con me.
Ecco il mio esercito.  Ecco i miei millepiedi.
Ecco l’emozione con cui vado a dormire questa notte.
A breve vi aggiorno su date e dettagli vari.
Per ora vi abbraccio tutti.
N.

Sto passando molte ore delle mie giornate d’agosto principalmente in autostrada.
Tra Cremona e Milano.
Diciamo che il panorama padano (?!) dopo un po’ di volte  che lo vedi sempre dalla stessa prospettiva perde un po’ del suo fascino….
Io facevo il conto questa sera, mentre guidavo sul mio stesso solco (all’altezza di Lodi) che nel corso di questi due anni ho percorso quel tragitto, di cento chilometri a tratta, circa duecento volte.
Per andata. E altre duecento volte per ritorno.
Per un totale di quarantamila chilometri.
Avete idea di dove si va guidando per quarantamila chilometri?
Sapete quanto misura la circonferenza della terra?
Ebbene sì. 40.000 km.
Fantastico.
Io con 40 mila chilometri ci ho fatto il mio disco.
Andando e tornando da Cremona; dove il mio amico-produttore Simone Berolotti ha lo studio.
(‘taaccisua.)
Guidando prima sull’autostrada del sole e poi sulla Brescia-Torino qualunque giorno della settimana in qualunque stagione e a qualsiasi ora.
Che soddisfazione, però.
Oggi ho ascoltato i primi mix. A me sembra che suonino proprio bene. Naturalmente adesso è difficile essere obiettivi e lucidi. Siamo tutti piuttosto stanchi e accaldati.
Ne abbiamo ancora per tre giorni e poi riprendiamo i primi giorni di settembre per gli ultimi ritocchi.
Sono 12, per ora, le canzoni che abbiamo scelto di inserire. (Ne avevamo pronta qualcuna in più, ma abbiamo scelto di sacrificare qualcosa perché tutto suonasse “necessario” e non di contorno.)
Sono trenta e dico 30 i musicisti  che hanno suonato, cantato,  mixato e collaborato alla scrittura musicale in  questo disco.
Un’enormità. Uno spettacolo di generosità e di professionismo.
Io non so che ne sarà di tutto questo lavoro nei mesi che verranno.
Però permettetemi di essere ottimista.
Per una volta, mi arrogo questo meraviglioso diritto.
A voi, spetta l’ardua sentenza. Abbiate pazienza che ci siamo quasi.
Un abbraccio e buona estate.
Nicc
 

Ci sono occasioni dove un pugno al mento è più efficace che un cesto pieno di diritti. 

Mi hanno fatto persona per bene. Lo ammetto e lo so. 

Ma il grosso pericolo delle persone “garbate” è quello di essere scambiate per gente arrendevole e facilmente convincibile.. 

Inclini al compromesso, sì. Prossimi alla sottomissione; davvero no. 

Noi, gente per bene, si aspetta. Si aspetta molto. 

Ma attenzione; chi ci fa aspettare oltre al limite dell’umana pazienza, avrà un debito da pagare col nostro tempo. 

E tutti sappiamo quanto il tempo sia , da sempre, l’ottimo sceneggiatore delle nostre vite e delle nostre rivalse. 

Allora, prima che di vendetta si possa parlare, perché non ricacciarsi alla memoria alcuni semplici trucchi imparati alle elementari?

 A un girasole non si può chiedere di crescere in inverno. 

A un violinista, non serve chiedere se sa suonare i tamburi. 

Non si può sperare che la pioggia bagni solo i campi aridi che servono a noi. 

In un deserto non serve costruire una cattedrale. 

Con un debole non serve la forza. 

Con un forte conviene essere forti. 

Due più due farà sempre quattro e non quattro meno. 

La capitale del Perù è Lima. 

Sono pieno di diritti e in questi giorni sto affinando le mie ragioni contro i tuoi torti. 

Ma se ti becco in giro ti piazzo un pugno. 

Sto ultimando il disco nuovo. Bello che mi dovete credere.

Sto scrivendo un romanzo. Verrà pubblicato in primavera 2008

Sto preparando la valigia per un paio di giorni al mare.

Sto sistemando il nuovo sito.

Sto lavorando, insieme a mia madre e a mia sorella, alla casa sui colli tortonesi.

Sto leggendo “tutti cattivi” di Vincenzo Cerami

Sto apprezzando il rispetto di chi divide casa con me.

Sto incrociando le dita perchè qualcosa a cui tengo vada come vorrei che andasse.

Sto dormendo poco, ma dev’essere un momento.

Sto uscendo poco .

Sto risparmiando l’acqua perchè è un bene prezioso.

Sto guardando l’estate non come la stagione che aspettavo ma come quella che ci porterà all’autunno.

Sto trattenendo il respiro.

Sto cercando di assecondarmi. Fin dove mi è possibile.

Un bacio grande. a chi mi sta leggendo. ora.

N.

 

 

 

Questo sarà, con molta probabilità il titolo del nuovo disco.
E può essere inteso come un percorso circolare dove il punto di partenza è lo stesso di quello di arrivo, quando la  Casa è una sola.                   
Nello specifico, la mia.
Oppure quel tragitto, fatto quotidianamente , e spesso sovrappensiero  da un punto a un altro della mia città.
E qui le Case sono due. Naturalmente.
Valgono entrambe le ipotesi.
La prima è valida perché tutto quello che è scritto nel prossimo disco è stato pensato partendo e tornando  al “dodici”. (che per chi non lo sapesse è il numero civico e il nome con cui i miei amici chiamano casa mia)
Ciò significa, appunto, che in mezzo c’è stato un percorso. O più di uno.
C’è stata l’Africa, terra meravigliosa, a cui, più volte ho rubato colori e bellezze.
C’è stata Roma,  e i miei amici che  lì, ci abitano.
C’è stata un po’ tutta l’Italia, raggiunta a volte  per lavoro, altre volte solo per vacanza.
C’è stata Cuba con le sue contraddizioni e le sue spiagge mozzafiato.
C’è stata Milano, sicuro.  Vista e presa in tutte le sue angolazioni e angolature.
Ed è proprio nella mia città che ho percorso quotidianamente, nella circonvallazione di mezzo, molti chilometri.
Ecco la seconda ipotesi. Quel tragitto fatto a memoria quasi tutti i giorni durante il quale ho appuntato riflessioni e considerazioni.
Talvolta del tutto banali, altre volte, spero, degne di essere condivise.
Con un punto di partenza spesso differente e un punto di arrivo che da tanti anni è sempre lo stesso: casa mia.
Il “dodici”, appunto.
Crocevia di affetti e passaggi. Soste e, ohimè, ancora una volta, fughe.

Stiamo proseguendo con calma ma con la consapevolezza di costruire,  un passo alla volta, un progetto solido e di qualità. Il direttore dei lavori è Simone Bertolotti, la sezione ritmica di basso e batteria è sempre affare dei fratelli  Matteo ed Emiliano Bassi ( che sono un po’ anche fratelli miei), Elvezio Fortunato, ha suonato le chitarre su alcuni brani. Su quelli restanti aspettiamo l’arrivo di altri musicisti e di altre collaborazioni.

… e per fortuna cadrà il silenzio su questa notte.
Che le parole, quando hanno fretta, sono mignotte.
Vanno a schiantarsi senza ragione, sulla dolcezza di chi non le usa.
In questo pezzo di strada, al contrario, ti chiedo scusa.
Da casa a casa…”

Alla prossima. Nicc

Mi sono spiegato male o non volete capirmi?
Mi sono spiegato male. Quasi certamente. Siete fastidiosamente sensibili e intelligenti.
Sto brindando perchè ho tolto la scheggia dalla carne. E’ già qualcosa.
Sento un male indecente per la ferita.
Ma per guarire, la scheggia doveva essere levata.

Questo non è un post. Solo una correzione. Ve la dovevo.

Brinda con me.
Perché sei fuori da me.
Saranno state le preghiere rivolte ai santi di tutte le squadre.
Una, per forza, doveva vincere.
Sarà che ho giocato tutte le schede dilapidando il patrimonio della pazienza e del decoro.
Una, per forza, doveva vincere.
Non ho guadagnato niente. Sono andato in pari.
Evviva lo stesso.
Hanno ragione le canzoni, i proverbi e le voci di strada.
Ha ragione il Tempo, Oscar per la  miglior sceneggiatura.
Vaffanculo Amore mio.
E possa essere questa l’ultima volta che ti spedisco laggiù e che ti chiamo amore.
Mi vedi tramortito, sfinito e muto.
E non è nulla rispetto a quando ti portavo qua dentro.
Cerchi una scusa? Te la do io: da dentro non si vede niente.
Piglia coraggio e guardami in faccia. Adesso. Che sei fuori da me.
Che fatica ti ci è voluta, eh..?
Quanta pochezza! Quanto ritardo, e quanta polvere lasciata cadere sulle parole importanti…
Ne avessi pronunciata tu,qualcuna. Almeno una; sarebbe bastata per rimandare o annullare la festa.
Invece no. Eccoci qui a brindare.
Mi metto pure un buon vestito e ti risparmio la canzone. Promesso.
Leva tutto, con calma, ma leva tutto. Ogni tua traccia.
Perché nessuno sappia cosa ho taciuto per te.
E perché nessuno, passando di qua, dopo di te, possa credermi così coglione.
Come lo sono stato.
Cin-Cin!
 

Quando si ha già la risposta non bisognerebbe cercare troppe domande.
Come l’arcobaleno. E’ utile domandarsi perché è bello?
No. E’ bello e basta.
Anzi, sapere se è il sole che si infrange nel vapore acqueo o se è la pioggia che incontra i raggi del sole toglie poesia allo spettacolo.
Possiamo cambiare l’ordine delle parole ma la bellezza dell’arcobaleno non cambia.
E poi l’arcobaleno, quello vero, quello raro, che unisce i due estremi della città dopo un temporale, dura talmente poco che buttare via il tempo a cercare spiegazioni  fisico-scentifiche  invece di ammirarlo e  di goderselo sarebbe demenziale.
Ma fare questa premessa è come darmi dell’imbecille da solo.
Io mi riempio di domande anche quando non serve.
E la cosa peggiore, è che investo dei miei punti interrogativi anche le persone che amo.

Loro, a volte, si scocciano.
Qualcuno prova rispondermi; altri se ne guardano bene.

Ora tocca vedere se sono più stupide le mie questioni o più pericolose le risposte che possono arrivare.

Sono stato assente per un po’. Roba di computer ingolfato e vacanzina improvvisa.

Sto bene e scrivo. Talvolta anche cose più edificanti di questa.

a presto. Nicc

Buona notte, Buon giorno.
Non mi facevo sentire da un po’.
Abbiamo fatto primavera, e  mi pare un buon momento per fare il punto della situazione.
Domani comincio a registrare ufficialmente il nuovo disco, e questa mi sembra  già una buona notizia.
E’ presto, naturalmente, per appuntare dettagli e impressioni, ma vi prometto che  lo farò non appena sarò in grado.
Sono passati quasi  due anni ( o se preferite, settecento giorni)  dai miei e dai vostri “1009 giorni.”
Qualcosa ho provato a raccontarvi. Molto è  rimasto qua dentro. Tanto sarà scritto e cantato nel prossimo disco.
Mancano ancora pezzi di storia, ma credo di riuscire a completarli per tempo.
Forse mancano perché chiudere i cerchi non è cosa facile. Forse mancano perché i finali aperti hanno il loro fascino…
Mi sto impegnando a fare ordine. Su più fronti.
Oggi, per esempio, grazie all’aiuto di amici e amiche fidate  ho trovato il coraggio di buttare qualcosa come trenta chili di vestiti vecchi.
Una liberazione.
Piccolo-grande gesto che mi fa sentire più leggero e più grande.
Una delle mie peggiori debolezze è sempre l’affezione al passato. Una delle mie sfide più impegnative è quella di cercare di mantenere lo sguardo dritto e centrato sull’orizzonte.
Avanti, quindi. Perché così si fa.
E’ in questo incedere lento ma sempre più convinto che ho incontrato e incontro persone speciali.
Vorrei fare nomi e poi omaggiarli  con  parole d’amore. Ma non serve. I loro nomi sono incisi dentro. E loro lo sanno.
E sono coloro che, consapevoli o no, con le proprie sembianze o sotto mentite spoglie, si muoveranno dentro le canzoni che presto ascolterete.
Ho cercato di scrivere storie che non riguardassero solo me. O, almeno, non me da solo.
Perché se la solitudine è affare di molti, la fantasia e la possibilità di raccontarla è privilegio di alcuni. E io questo privilegio me lo prendo; potesse mai guarirmi o far sentire meglio qualcun altro.
Sto meglio. E non importa nemmeno a me sapere rispetto a cosa o a quando. Ciò che conta è il meglio.
Un giorno di qualche mese fa una ragazza conosciuta pochi minuti prima, mi ha buttato al tappeto dicendomi che ho  “la faccia di uno che potrebbe essere felice”.
Non sapevo se rimanere per terra  per quel condizionale maledetto o provare a planare verso altitudini diverse dalle mie rotte abituali.
Da quel giorno, credetemi, mi lavo la faccia più spesso.
Comincerò a prendere in considerazione anche l’ipotesi della crema idratante.
A 32 anni, è quasi lecito.
Vi abbraccio.
Grazie per la vostra fedeltà.
Nicc
 

 

Ogni cosa che dura, ogni sogno che resiste, credo abbia qualcuno da ringraziare per la fiducia riposta.

La fiducia non si compra e non si vende e nemmeno la si regala. La fiducia è come una forma d’arte: se si è ispirati la si dà.  Perchè fidarsi degli altri, che spesso significa pure af-fidarsi agli altri non è sempre cosa facile. Lasciarsi andare nelle mani di qualcuno è un gesto che richiede coraggio e consapevolezza. Dei propri limiti, soprattutto; e delle qualità di chi è migliore di noi.

Fidarsi è delegare e accettare di non vedere il risultato, subito, sotto i propri occhi. Aspettare. Ricordando che  l’attesa costruita sulla fiducia passa  molto più veloce ed è molto più sopportabile rispetto a quella di leopardiana matrice pessimista.

La fiducia: ingrediente base per la costruzione. Di quasi tutto. Oh, sì sì. ..  anche dell’amore.. staranno pensando i più romatici. 

E’ che la fiducia è semplicemente la variabile determinante tra le cose e le cose importanti. Tra un rapporto e un rapporto importante. Tra un tentativo e un’impresa. Tra un assolo e un’orchestra, tra un’intuizione e la sua messa in atto.

Non mi fido di moltissime persone, ma nemmeno di poche. Mi fido dei generosi e non dei buoni. Di coloro che prima di tutto, mi suggeriscono la fiducia in me stesso. Balordo e bugiardo sarei se dicessi che ne ho poca. Ma anche ricordarsi di possederla è già un passo avanti per applicarla.

Mi fido di chi beve tanta acqua e di chi parla lentamente. Mi fido numericamente più delle donne, ma qualitativamente più di certi uomini. 

Mi fido più dei musicisti che dei cantanti. Mi fido di chi scrive ancora prima a mano e poi sulla tastiera. Di chi risponde anche se non ne avrebbe voglia rispetto a quelli che fanno squillare a vuoto.

Sono felice che ci sia qualcuno per cui nutro smisurata stima e fiducia che si fida di me.

Non è interpretabile un rifiuto. Non sempre.
Nessun dibattito da aprire, nessuna trattativa da intavolare.  NO. Così essenziale e chiaro.
Comprensibile in ogni angolo del mondo. Nessuna dietrologia. NO significa solo NO.
Non è interpretabile la tua bellezza. Non lo è nemmeno il mio sguardo che la contempla.
Non sono interpretabili tutte le lacrime. Lasciamole cadere per quello che valgono.
Non dovrebbe essere interpretabile il codice civile e nessuna legge di uno stato democratico.
Non sono interpretabili certi successi e non hanno bisogno di spiegazioni nemmeno alcuni fallimenti.
Non vorrei essere interpretato. Anche se questo potrebbe voler dire essere giustificato o perdonato più spesso. Vorrei essere capito. E, quando proprio non fosse possibile, accettato.
Capiterà anche di essere rifiutato.  E che sia.
Chissà perché la felicità è meno soggetta all’interpretazione… Si è felici e basta. Non perdiamo tempo a chiederci il perché.
Ci soffermiamo molto più spesso a interpretare il dolore, che in fondo non è altro che l’altra faccia della medaglia.
La porta o è aperta o è chiusa. E anche quando è semiaperta è aperta.
Non sto depotenziano le sfumature. Anzi, mi piacciono. Nelle persone, nell’arte, nei colori della natura e pure nelle idee. Cerco solo di non nascondermi dietro al mio stesso dito quando la verità  delle cose è molto più grande di ogni interpretazione.
 

“Che c’è un amore che sogna in grande però si adatta.
Perché d’amore, malgrado tutto, sempre si tratta.
Ma per salvare quest’ indecenza, io sono pronto a qualsiasi cosa.
Così pensavo; pensando a te.  Da casa a casa.
Da casa a casa.
“SE POSSO ESSER DEGNO DI QUELLO CHE SPERI.
SE UN GIORNO, MAGARI, HAI BISOGNO DI ME…
SE POSSO SPERARE CHE SCRIVERE SERVA A QUALCOSA
E SE C’E’ UN PREMIO CHE VALE ALLA FINE DI QUEST’ATTESA.
DA CASA, A CASA. “


Buona notte. Buon giorno.  Niccolò
 

Anche a voi sarà successo questa notte, poco dopo lo scoccare della mezza, di isolarvi per qualche minuto dal macello e, in disparte, controllare il vostro telefono. Per rispondere a quel messaggio lì… O per scriverne uno nuovo. Con la speranza che gli auguri ritornino, magari pure più rinforzati, da dove ve li aspettate. Mi auguro che il vostro gestore telefonico non abbia fatto scherzi di congestione, e che abbiate letto i centosessanta (oggi trattabili) caratteri alfanumerici che volevate ricevere dalle persone che amate e che questa notte non avete potuto baciare. Ma, in un eccesso di originalità, desidero farvi anche altri auguri… Sorvolo sulle specifiche degli auguri. Tanto ci siamo capiti… 

I migliori e i più sinceri per “tutto ciò che il vostro cuore spera”.
Provo piuttosto a pensarvi, uno per uno. A voi che quotidianamente e silenziosamente mi leggete. A voi che per qualche ragione mi assomigliate o mi volete bene. Sperando che ognuno di voi si legga e si ritrovi in una o più di queste righe che seguono.. a chi sento domani, perchè ci si sente tutti i giorni - a chi sentirò in settimana, ma forse più facile la prossima - a chi sta a Roma, per questi giorni - a chi sta a Roma tutti i giorni - a chi mi ascolta in radio - a chi mi scrive spesso - a chi mi corregge con gentilezza - a chi di nero si veste - a chi porta giù il cane - a chi è amico di Tom - a chi non gli è amico - a chi suona insieme a me - a chi veste le mie nuove canzoni - a chi lavora in quel preciso 7° piano - a chi ha dormito al castello - a chi balla in famiglia - a chi dipinge - a chi progetta - a chi mi da “quella” mano - a chi incastra turchesi - a chi mi pensa dalla riva tropicale - a chi va in onda- a chi ci crede ancora tanto - a chi continua a fidarsi.
E poi auguri a quelli di voi che aspettano armati di Santa pazienza e di elegante dignità. A chi è piegato dalla fatica. A chi interpreta i segnali del destino e se ne fa una ragione. Auguri a chi fa musica e che sa che qualunque cosa succeda, la musica non smetterà di essere suonata, a chi scrive per facoltà o per diletto, a chi sente le cose, auguri a quelli che fanno fatica a sentire perchè tutto si ferma alla pelle; auguri ai ragazzi che hanno figli, alle persone spiritose, ai cinici, ai banditi e a agli indecisi. Perchè ognuno di noi, possa sentirsi un po’ meglio e migliore…
Malgrado o nonostante abbia o non abbia ricevuto l’sms che, stanotte, aspettava.

Davide ed io, lo scorso gennaio abbiamo preso in custodia, in radio, una Stella di Natale che qualcuno ha regalato a qualcun altro per auguri sinceri o per rappresentanza… Di ritorno dalle feste, questa commercial-pianta era stata abbandonata, ridotta ai minimi termini, sciupata e decadente.   Senza troppi sbattimenti, ma con costanza e regolarità, alla poveretta è stato dato da bere di tutto… Fondi di bottigliette da 0.30 cents, un po’ di cocacola, una fantalemmon ogni tanto, acqua gasata e naturale, caffè e “bevanda calda gusto thè”. Insomma sta creatura, oggi, sta che è uno spettacolo. Rigogliosa e riconoscente. Grassa e paciosa. 

Ha affrontato il freddo dello scorso inverno e dell’autunno in corso. Il caldo torrido dell’estate e l’artificio dell’aria condizionata.  E, siccome è stata collocata vicino alla cassa sinistra della regia della diretta, la Nostra si è ascoltata un anno di notizie, di fuori onda, di play lists , di singolini stagionali, e di grandi canzoni. Si è ascoltata le ansie degli speakers e i commenti caustici dei tecnici, si è sollazzata con le interviste ai cantanti e con i servizi della redazione. Ha goduto della luce al neon, ma anche dei toni caldi delle luci soffuse di “Parola d’ordine” (perdonate l’autoreferenza) e poi del buio e del silenzio riposante della domenica.   Insomma, nel complesso, si è fatta un’idea.

Come è noto, le stelle di Natale hanno il centro delle foglie di un colore rosso rubino e il resto verde. Alla nostra non le pare vero di poter sfoggiare, quest’anno, la sua tinta naturale.  Non accenna minimamente a farsi uscire quel rossore centrale (che non si sa se viene per timidezza, per imbarazzo, o per vanità..) e anzi, pare pavoneggiarsi del suo essere tutta acqua e sapone. (forse le abbiamo dato da bere pure quello… non so).

Uno dei “topoi” indiscussi della nostra cultura e del nostro immaginario è che la crescita di un fiore, di un albero, o di una pianta, (così come il viaggio) siano la grande metafora  dell’esistenza umana. Che poi, altro non è che un progetto.

Quindi, chissà se converrete con me che sta piantina, tutto sommato, c’ha da dire la sua…  “Affetto, affetto, affetto. Tenacia, resistenza, qualche distrazione, anticorpi, lavoro, lavoro, lavoro. Attesa, attesa, musica. Rumore,rumore,silenzio. Lealtà. Lealtà e coerenza. Zero orpelli, zero immagine. Zero rosso al centro che non serve. Vita, salute, e ancora affetto.

Ah, vedeste che figa!

(Per la verità, le piante all’inizio erano due. Ma una, nonostante le amorevoli cure è morta in fretta. Ma questa è roba seria di selezione della specie.)

 Un disco per questi giorni: “9 Crimes” di Damien Rice. (la musica che, ancora una volta, vola alta sopra gli orpelli.)

 Se avete voglia questo pomeriggio ( come tutti i sabati) dalle 18.36 potete ascoltare in streaming il programma. Clikkate sull’icona. La puntata di oggi è dedicata alla parola “Domenica”.

Che puoi avere tutto e puoi farti mancare altrettanto. Dipende da te.
Fatti una doccia e lavati da quel miele scuro che ti cola addosso.
Perché puoi pure cambiare lenzuola, ma se non ti levi il miele, anche in quelle nuove ci dormi da solo.
Hai imparato a zoppicare andando con lo zoppo che sei tu.
Non esistono Amori sani. E non per questo sei dispensato. Anche quello che verrà a chiamarti non lo sarà. E se ancora vorrai sfuggirgli, fai pure. Bada- però- che sarà sempre più difficile cercare una colpa fuori da casa tua.
Fottiti, Jimmy.  Tu e la tenerezza del tuo blues.
O vai a tempo o ne butti via un bel po’.  Ed è quello che perdi che ti rovina la tua bella faccia; perché quello impiegato non ha mai fatto male a nessuno.
Fatti un regalo e mettiti a posto. Guarda e le cose che hai e non andare a schiantarci addosso.
Riconciliati con te stesso prima ancora che con gli altri e prendi per il culo la tua vita inadatta provando ad adattarla a te.
Fottiti Jimmy. Dai, che sei capace.

Copio questo titolo da una splendida canzone del nuovo album di Zucchero e da un post del Blog della mia amica Paola DeSimone che si è limitata a riportare solo questa frase che, di per sè, sarebbe già sufficiente.

Io, come al solito mi dilungo. Però trovo indicativo che persone di simile sensibilità  si soffermino quasi contemporaneamente - seppur in maniera diversa - su una stessa canzone e, addirittura, su una stessa frase. Mi piacciono i contrasti e le antitesi nella scrittura, ancora di più mi piace ritrovarle nelle canzoni ben riuscite. ( Per dovere di cronaca, si tratta di un brano che porta anche la firma di Jovanotti).

Non tutto ciò che viene fatto per Amore è comprensibile. Quasi tutto è giustificabile. Il male che si fa a sè stessi, gli errori ripetuti fino allo sfinimento, le valige fatte di fretta, le assenze ingiustificate, le presenze, che spesso, lo sono ancora di più, le lettere che sostituiscono la voce, la voce che dice stronzate, le canzoni degli altri che ti sembra di averle capite e che ti sembra abbiano capito te.  Non è col sensazionalismo che si guarisce. Non si dimentica l’Amore prendendo un aereo o un’ eurostar. Non è percorrendo distanze enormi senza toccare il terreno che ci si allontana da ciò che punge. La strada fatta a piedi porta fatica ma insieme pure consapevolezza, prima dei centimetri, poi dei metri e dopo ancora, perfino dei chilometri fatti.  Piano piano. Come dicono i vecchietti. (saggi).

Soltanto camminando, strofinando le suole sull’asfalto, e camminando di nuovo, va via la merda che abbiamo pestato sul marciapiede. Piano piano. (Come dice C.  - saggio?!)

E’ solo andando via piano piano che ci si volta a guardare quello che rimane.

Parto per l’Africa venerdì. mmmm ….  in aereo.    Mmmm…  Cialtrone.

Avrei giurato che la scatola nera fossa andata perduta. Sprofondata  in fondo all’oceano e che nemmeno il più sofisticato mezzo tecnologico avrebbe più potuto recuperarla.
E invece basta un suono, una rima , una sola frequenza che tocca una corda e la fa vibrare tanto da riuscire a far tornare a galla quel ammasso di latta e ricordi che pesano come il piombo.
Sono le quattro del mattino tra venerdì e sabato ed è un’ora consigliabile per andare a dormire.
E invece, mannaggia alle canzoni.
Una; ne basta una, che nemmeno mi piace,  ma che è stata capace di gonfiarmi gli occhi e accorciarmi il respiro.
Che ha riportato in camera mia lo stesso odore, le stesse smorfie e lo stesso sorriso di tanti mesi fa.
Sfidiamo le distanze con gli aerei, con i treni con il web, con  le  autostrade e con i motori. Sfidiamo il tempo con il cronometro, con la adsl,  con il telepass, e con i mezzucci anti età.
Poi basta una canzone per annullare le distanze e il tempo.
Tutto lavoro sprecato. “lontano dagli occhi e lontano dal cuore” un paio di balle.
i-tunes. Modalità shuffle. Quattro note di intro in una sequenza che non lascia possibilità d’appello.
Quella era e quella rimane.
Piangi Agliardi. Piangi che ti fa bene.
Nessuno ti vede. Ti va di lusso che lo puoi scrivere e raccontare a qualcuno.
Non ti vede chi vorresti ti vedesse piangere. Non ti legge chi ti manca. Stanne certo.
Avresti  il coraggio di riaccendere il telefono, comporre il Suo numero e , con la voce zoppicante e condita di lacrime gridare che ti manca?!  No eh… Piangi Agliardi. Esci da i-tunes, spegni il computer, la luce e vai a dormire.

Chatwin e, con lui altri, insegnano. Il viaggio è fatto di una partenza. Di diversi arrivi. E di un preciso ritorno. Dove il ritorno manca, allora parliamo di percorso (quando non precisiamo); di  fuga, se è fuga, di trasferimento se, insieme allo spazzolino, ci portiamo pure cornici, stereo, mestoli e accappatoio. Il viaggio è premessa e promessa anche del tornare. Ahpperò, quale novità…!  ‘nfatti, nessuna.  Solo un ritorno.

Fai un viaggio che ne porta in sè molti altri, fai pure che duri mesi, e mesi ancora, fai che di spazzolini ne compri un paio di nuovi ma ne lasci uno nel bicchiere dove è sempre stato. Fai che incontri tutti, ma proprio tutti. Fai che hai beccato grandine quando aspettavi il sole e pure viceversa; fai che hai pensato di essere lontano, ma davvero lontano è stato solo quando hai contato poco più di tre isolati dal punto di partenza; fai che siccome i viaggi (alcuni viaggi) ti cambiano, allora sei pure cambiato. Fai tutto quello che fa un viaggio. Fatto?…

Ecco, ora torna. Fatto?…

Che dici?! Bello no?!! 

Ci voleva coraggio.  Vabbè, l’abbiamo trovato.    Spettacolo!… 

P.S. Lo spazzolino sta di là… ‘notte.  ‘Notte.

“E dice sono venuto a sciogliere
e non a legare;
sono venuto a sciogliere
e non a spezzare.
Passa l’angelo, passa l’angelo
e ti fa segno di andare
passa l’angelo, passa l’angelo
e ti lascia passare…


 

E dice sono venuto a prendere
e non a rubare;
sono venuto a prendere
e non a rubare.
E dice non devi piangere
e non ti devi spaventare.

Passa l’angelo, passa l’angelo
e nessuno può vedere;
passa l’angelo, passa l’angelo
e fa segno di tacere.”  

L’Angelo (F. De Gregori)


Ciao Chillo.
  

 

 

A me pare che il vero capodanno sia il primo di settembre. O giù di lì… come recita il nome del nostro blog.

Sarà che i tanti anni della scuola e dell’università ce li ho ancora piuttosto presenti e che le abitudini sono difficili da modificare, ma io le aspettative le concentro tutte qui. Come si può pensare con lucidità e organizzarsi un anno intero con più alcool nelle vene che sangue e con quel freddo del primo gennaio che ti taglia la pelle e le ossa? Io ci penso in questi giorni ai prossimi mesi. Perchè la vanità della pelle ancora un po’ abbronzata e il ricordo del mare ancora vivo sono un bello stimolo per fare progetti. Lo dico a voi che mi leggete, ma lo ricordo prima di tutto a me stesso, che la paura e l’insicurezza per ciò che ha da venire sono parte integrante e non secondaria di un progetto. E che il punto di vista dal quale lo si guarda è fondamentale per la sua buona riuscita. Quando sì è piccoli si è più capaci a parlare di “Sogni”; crescendo si fa più bella figura a parlare di “progetti”. Allora per un istante, proviamo a fare un passo indietro che può significare anche farne due avanti: torniamo a parlare di sogni ma con la promessa di tentare, per lo meno, a spiarli da un punto di osservazione diverso. Non sempre nella direzione della loro realizzazione e completezza ma magari anche nella fase della loro costruzione e nel loro divenire. Bello è scoprire che un Sogno se ha basi solide e convinte, regge bene anche di traverso.

Buon Anno, Signore e Signori. Ascoltatevi il nuovo disco di Bob Dylan e quello di Pier Cortese. Leggete, se avete voglia, il bel libro di Albinati &Timi “Tuttalpiù Muoio” e fate vostra l’ironia degli autori.

Ci stiamo preoccupando per niente che non possa passare. Alla prossima, Nicco.

Resto a Milano quest’estate e non mi succedeva dai tempi del servizio civile. Si parla di dieci anni fa. Strana prospettiva. La città “fa molto”. Inteso come luogo che condiziona umore, abitudini, pensieri e scansione del tempo. I luoghi, in generale “fanno molto”. I luoghi che cambiano aspetto hanno un potere ancora maggiore di incidere sulle percezioni.
La sensazione è quella di un abbandono a una strana e inedita  solitudine. Non la sento come pesante. Credo di aver bisogno di misurarmi con una serie di silenzi e di pause a cui non sono molto abituato. Non si tratta di riordinare le idee e  di arrampicarsi su labirintiche riflessioni per arrivare a chissà quale tipo di conclusioni. Si tratta più semplicemente di impegnare il tempo diversamente da come sono abituato a fare. Meno cenette, meno telefonate, meno “gigs” ( come dicono quelli che ne sanno…) e più chitarra, più acqua e meno birrette, più libri e più bicicletta. ( Sia stramaledetto il “pavè”- sampietrini giganti di Milano - in Porta Romana)
Lavorerò tutti i pomeriggi in radio dalle 13 alle 15 sulle frequenze nazionali di In Blu, quindi se avrete voglia, sarà bello ricevere in diretta i vostri sms  ( riferimenti su www.radioinblu.it)  e le vostre mail. La radio sta diventando un’altra mia grande passione che voglio imparare a fare sempre meglio e sempre più seriamente; per questo credo che l’opportunità che mi è stata offerta vada  affrontata con entusiasmo e impegno a costo di rinunciare per una volta alle vacanze e rimandarle, magari, all’autunno. ( il richiamo dell’Africa è sempre presente.)
Durante questo mese cominciano anche i lavori e si aprirà, con tutta la calma necessaria, il cantiere per il nuovo disco. Preferisco non anticipare nulla fino ai primi giorni di studio durante i quali vi racconterò i primi esperimenti e le prime impressioni.
Aspetto di leggere qualcosa di vostro e delle vostre vacanze. Postate qua sotto le vostre e-cartoline e i vostri e-itinerari, siano essi geografici o mentali.
A chiunque sia già in viaggio o stia per partire auguro il meglio di tutto.
E  Buona estate a chi si ricorda di passare di qua.  Vi abbraccio N.

Unisci l’utile al dilettevole; la leggerezza nella forma allo spessore del contenuto. Legami, ma con catene invisibili e lunghissime alle persone che amo. Schiaccia il mio ego e fallo così piccolo e sottile che possa passare da sotto la porta ed entrare nella stanza dell’Anima.Fammi urlare e fammelo fare senza imbarazzo. Ridammi indietro qualcosa; e pure qualcuno. Almeno per poter finire il discorso. E lascia che la lista dei miei fallimenti sia benzina per il motore della rivalsa. 

Fammi studiare ancora. Fammi azzeccare le frasi giuste e i libri solo dalla copertina. Fammi dosare il tempo che quando è troppo non diventi noia e quando è poco non sia fretta. Dammi un posto-auto, uno schermo al plasma e un balcone con i fiori. Dammi battute di spirito e i tempi comici. Levami la paura di volare e quella di morire; e già che sei lì, toglimi lo schifo per i pipistrelli e l’insofferenza dell’attesa. Tieni da conto quelli che tengo da conto anch’io. Mettimi spesso a fare l’amore, all’Amore ci pensiamo subito dopo. 

Ricordami quello che ho e quello che ho dato.

E io sarò salvato.

 

Laura dice che, a conti fatti, si può contare solo su sé stessi.
Ed è intransigente e irremovibile.
Ho provato a replicare sfoderando i soliti amici da contare sulla solite 5 dita della solita ed unica mano, ma non l’ho persuasa.
Certo non ho messo in campo amici stagionali, conoscenti fidati, estimatori e simpatizzanti del momento, ho sorvolato anche sul concetto di legami sinceri e duraturi per non sottrarre attenzione ai soliti cinque. Ma niente.
Laura dice che, a conti fatti, si può contare solo su sé stessi.
 

Laura (che tra l’altro è una di quelle che, contandomi le dita, la troverei subito) è di sicuro una ragazza disillusa e disincantata, molto pigra, (elemento non sottovalutabile nella ricerca di compagnia) piuttosto solitaria per attitudine e per scelta, ma fondamentalmente saggia e di non facili anatemi e considerazioni  definitive a buon mercato. Quindi, se parla, vale la pena ascoltarla con attenzione.
 

Ma a me, sta cosa che nel momento del bisogno siamo costretti a tanta pochezza di scelta, mi getta in un bagno di amarezza e di indomite pippe mentali.
 

Forse tocca fare una piccola distinzione del famoso “caso di  bisogno” e far partire due freccette:
la prima si chiama emergenza : e lì, ancora prima di arrivare al 113 o al telefono Amico, trovi di tutto. Trovi l’Italia intera pronta a smentire le sue contraddizioni  e il suo egoismo e  tenderti la mano ovunque tu sia. Trovi il passante mosso da pietà, trovi il vicino di casa premuroso e inaspettatamente gentile guarito dalla maschera demoniaca indossata alla riunione condominiale; trovi il popolo solidale che invia sms per suturare ferite di terremoti e cataclismi. Nell’emergenza trovi moltissimi amici capaci di esserci e di allungare consigli e aiuti. Più di quanti non speravi e non sapevi di averne. Trovi anime buone desiderose di tenderti la mano e dedicarti ,chi un pomeriggio, chi una cena, chi una notte intera. L’emergenza ha il suo fascino.
 

Poi c’è il caso della necessità. E lì la storia cambia. Meno grave e sensazionale dell’emergenza. Eppure spesso più lunga e più noiosa. E lì le regole sono le regole della giungla. E non le fai tu.
Basta un istante in cui le necessità di chi ti osserva appaiono più importanti delle tue che sei già solo.  Poco importa che vincono sulle tue esigenze, un bottone scucito, l’Inter in trasferta, “l’amicizia che è una cosa ma il business che è un’altra… il cane che deve pisciare,  quella che ha un battesimo e  quell’altro che si alza presto…  La necessità è come l’ospite che è come il pesce. E si sa, dopo tre giorni puzzano tutti e tre.
Allora  ricacciamoci le nostre lacrime di coccodrillo agli occhi e diamo ragione a Laura.
Contiamo i nostri cinque amici , teniamoceli stretti  e contiamo su noi stessi.
 

Vi scrive un tale che dell’amore non ci ha capito un granchè, e di quell’altra cosa  pure di meno.
Però quel tale (che, per praticità, vale la pena confessare da subito che si tratta del sottoscritto) si commuove per entrambe le fazioni.
Almeno per l’impegno che ci metto nel ficcarmi in tutti e due gli insiemi.
Il fatto che, nella maggior parte dei casi, ne esco piuttosto malconcio, è un dettaglio del tutto personale e di poca rilevanza per voi che mi leggete.
Eppure mi “sbatto un casino” (quanto può essere efficace, talvolta la milanesità…).
Mi sbatto ‘na cifra -i romani apprezzeranno-  perché Amo. E perché, a ben vedere, vivo.
Il mio stato di perenne adolescente mi porta ad amare insistentemente oggetti d’amore disparati (disperati?) e vari. Non riesco ad amare una sola donna, e nemmeno un solo uomo. Non amo un solo Dio; non amo nemmeno soltanto me stesso. Nonostante questo, o proprio per questo, amo un sacco. Godo e soffro un sacco.  Le letterine, in questi casi, se la cavano alle domande di “Studio Aperto”, rispondendo che sono innamorate della vita.
Per mia s-fortuna non sono una letterina. Non amo indiscriminatamente la mia vita e solo la mia.
Ci sono affezionato, questo è ovvio; anche perché mi ci sono ficcato in mezzo. Ma ne amo tante altre.   “La vita è un’altra cosa” recita l’incipit di questo blog.   Si, ma cosa? 
Vuoi vedere che la vita vuol dire (anche) far coesistere tutte le forme d’amore e spedire affanculo tutti i teorici della monogamia, del monoteismo, del monologo, e già che ci siamo del monopattino, in favore di un’orgia collettiva del “pluri”?   Del resto io ne sono sicuro: ho amato contemporaneamente tre donne, due uomini e  me stesso; e senza nemmeno troppe distinzioni di intensità.  Senza contare l’amore puro verso la mia famiglia e verso il cielo. E, credetemi, ho arrotondato per difetto…  Ehi, Ehi, fermatevi linguacce! Non sto professando promiscue bi-tri sessualità. Sto solo passando dalla tesi all’antitesi: LA VITA E’ TUTTO, e l’amore è un’altra cosa.
Pardon… Gli amori sono tante altre cose.
Cazzo, sono single.

 

Arriva da metà canzone. Arriva dalla fine. Dalle pagine di un libro. Da parole elettroniche. Da un oggetto ritrovato tra i cuscini del divano. Da una fila smaltita in fretta, da un istante in cui non pensi a niente, da una preghiera pregata per te. Arriva da Roma, nello stesso modo in cui può arrivare da Milano. Arriva da una notizia inattesa e da una voce sconosciuta. Arriva da un film, da una conferma. Arriva attraverso un sms o sta a metà strada tra la tua stessa pancia e la gola. 

Arriva da un dubbio, e dalla sua soluzione. Arriva nascosto e cauto. Esplode e dirompe. Arriva dalla radio o da una cornice pubblicitaria.Arriva suonando con un orchestra o sta dentro ad una nota sola. Arriva con l’Amore enorme o con una piccola emozione. Arriva camminando o perdonando.  Arriva con un progetto e pure senza.

Arriva come uno schiaffo o una spinta alla schiena. Arriva sobrio o diluito. Doppiato o nitido. Arriva dal fondo o dal secondo piano. Arriva da un successo e dal suo contrario. Da un regalo; dalla primavera che spinge. 

L’ Ottimismo.

 

Vicini a sé stessi.
Con quello che ne comporta. Con tutto quello che aspetti e con quello che gli altri si aspettano da te.
Davvero, pazienza; se quello che speravi non è quello che hai. Vicini a sé stessi significa pure fare due conti con quello che ti circonda e  giudicarlo per quello che è e non per quello che volevi che fosse. E nel mio caso non è poco. So dirmelo adesso, e non ci sono arrivato da solo. Me lo ha detto quest’inverno che ha fatto freddo, e che ha freddato la paura fino a farla piccola e inoffensiva. Me lo ha ripetuto spesso mia madre, me lo ricorda S. con la sua presenza, malgrado tutto e malgrado me. Me lo dice chi mi scrive e chi non mi scrive più. Me lo ha suggerito pure il dolore, che in parte, forse si è arreso.
Il vento che ha avuto la pietà di accarezzare il campo dopo la battaglia e pulirlo dalla polvere da sparo e dall’odore del sangue.
Vicini a sé stessi. Che non è ancora un tutt’uno con sé stessi ma è già qualcosa.
Dritti per dritti  e passo per passo.
Vicino a me stesso, con il giusto equilibrio tra la clemenza e la critica più severa. Zeppo di difetti ma anche di entusiasmo e di stelle da far cadere e di desideri da raccogliere.
Vicino a me stesso che stanotte vuol dire liberarsi di qualche spicchio di memoria e fare spazio al nuovo che avanza  e che nella peggiore delle ipotesi diventa passato…
Vicini a sé stessi perché il mondo ti riconosca come tale e come tale si ricordi di te.
Febbraio è un buon mese per cominciare a sentirsi vicini a sé stessi. Un mazzo di raggi di sole sta avvisando del suo ritorno. Vuoi non farti trovare pronto?
 

“Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane;ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate…”

(S. Bersani - Giudizi Universali)

 

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