September 2005


Avrei giurato che la scatola nera fossa andata perduta. Sprofondata  in fondo all’oceano e che nemmeno il più sofisticato mezzo tecnologico avrebbe più potuto recuperarla.
E invece basta un suono, una rima , una sola frequenza che tocca una corda e la fa vibrare tanto da riuscire a far tornare a galla quel ammasso di latta e ricordi che pesano come il piombo.
Sono le quattro del mattino tra venerdì e sabato ed è un’ora consigliabile per andare a dormire.
E invece, mannaggia alle canzoni.
Una; ne basta una, che nemmeno mi piace,  ma che è stata capace di gonfiarmi gli occhi e accorciarmi il respiro.
Che ha riportato in camera mia lo stesso odore, le stesse smorfie e lo stesso sorriso di tanti mesi fa.
Sfidiamo le distanze con gli aerei, con i treni con il web, con  le  autostrade e con i motori. Sfidiamo il tempo con il cronometro, con la adsl,  con il telepass, e con i mezzucci anti età.
Poi basta una canzone per annullare le distanze e il tempo.
Tutto lavoro sprecato. “lontano dagli occhi e lontano dal cuore” un paio di balle.
i-tunes. Modalità shuffle. Quattro note di intro in una sequenza che non lascia possibilità d’appello.
Quella era e quella rimane.
Piangi Agliardi. Piangi che ti fa bene.
Nessuno ti vede. Ti va di lusso che lo puoi scrivere e raccontare a qualcuno.
Non ti vede chi vorresti ti vedesse piangere. Non ti legge chi ti manca. Stanne certo.
Avresti  il coraggio di riaccendere il telefono, comporre il Suo numero e , con la voce zoppicante e condita di lacrime gridare che ti manca?!  No eh… Piangi Agliardi. Esci da i-tunes, spegni il computer, la luce e vai a dormire.

Eh. certo! Fosse facile.. Tra l’altro, chiunque ti fa fretta con una frase così antipatica come “vieni al dunque”, mentre stai parlando, non capisce che non esiste modo migliore per metterti ansia e per sortire l’effetto opposto. Lo so che sarebbe bello che tutti avessero uno spiccato senso della sintesi e le idee chiare. Lo so che la concretezza è un valore da difendere e da applicare il più spesso possibile. Io stesso, per primo, non amo le persone che si attorcigliano in discorsi scombinati. Se proprio non c’è un capo, che almeno ci sia una coda. O viceversa. 

Eppure davanti a chi reagisce alle mie insicurezze e alle mie perplessità con un pressante “vieni al dunque”, so solo fare spallucce voltarmi e andarmene.  Cos’ è il dunque? E’ uguale per tutti? Dove si trova? Per forza alla fine di un discorso? Per forza al compimento di un risultato o di un successo? O piuttosto nella fatica e nel tempo che uno ci mette ad arrivare a quel maledetto “dunque“…     Magari camminando proprio per tracciare una strada che non c’è. Magari farneticando tra i propri pensieri fino a trovarne uno che diventa intuizione e poi azione. Al dunque ci si può arrivare da soli, in un attimo, con una folgorazione. Ma ci si può arrivare anche con il tempo, con un imprevisto che -come nel Monopoli - si può trasformare in probabilità. Ci si arriva in due, in cinque, in cento. Con un aiuto o con le proprie forze. Con il proprio talento o anche assieme a quello di qualcun altro. 

Sono molto lontano dall’idea che qualcuno ha del “dunque“. Me lo ricorda spesso il tipo della banca, qualche parruccone discografico, l’approssimazione di alcune mie giornate, l’assenza di una relazione stabile e di qualcuno che mi aspetta a casa. Me lo ricorda anche quel terrificante senso di solitudine e di incompiutezza che a volte mi prende. Ma che, in questo caso, (per fortuna) è affare di molti.   Me lo suggerisce, adesso, anche la lunghezza di questo blog. Eppure, mi creda chi legge, ho la netta sensazione che il mio dunque, oggi, sia proprio nel tentativo di riordinare con calma e con metodo ciò che è descritto nelle righe precedenti. 

E non nella risoluzione immediata di esse.