June 2005


Di acqua e di respiro, di passi sparsi, di bocconi di vento
di lentezza, di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro, di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti.
Di come fare, di come dire, di come fare a capire.

Si vive di danze, di ballo sociale;
Di una promessa, di un faccia differente.

Si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti, di fuochi desiderati.

Si vive di sguardi fermi, di risposte folgoranti
di lettere partite che aspettiamo in cima al mistero di essere così soli.
Di questo si vive, e di tant’altro ancora;
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.
(DISCANTO – Ivano Fossati -)
Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.
Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.

Fa caldo, sì. Un caldo micidiale. Pazienza.

Finisce l’ubriacatura collettiva di una notte bianca a Milano. Si ritira quella distesa sconfinata di gente e di sguardi che, nella vita, non capiterà spesso di rivedere dal punto di vista privilegiato di un palco. Ho provato a guardare più persone possibili negli occhi nel tempo concesso di una canzone. Difficile, inebriante, emozionante. Ho visto la mia città sotto una veste insolita. Rumorosa, divertita e divertente. Ho cercato di capire cosa stesse accadendo senza scivolare nella sentenza comune della musica che unisce e incanta. Ho riflettuto sul bisogno di esserci, chi da protagonista, chi da comprimario, chi, semplicemente, da osservatore. Fotografando uno spazio che cambia a seconda della temperatura atmosferica e dello spirito di chi lo occupa. 

Centomila identità, centomila storie, centomila mestieri e altrettante chiavi di casa. Tutte insieme. tutto insieme. Un po’ per la musica, un po’ per sè stessi, un po’ per gli altri, un po’ per perdersi, e un po’ per esserci. Non ci ho capito nulla di quello che è stato e di quello che ho scritto. Però c’ero anche io. e da lassù ho visto uno spettacolo straordinario. Qualcuno cantava la mia canzone. Io invece ero in playback. Commovente. 

Ah, il solstizio. C’è che è tornata l’estate.

 

Credo di aver fatto un disco che racconti prevalentemente della comune paura di essere abbandonati. Lo stavo riascoltando ieri in macchina e mi sono accorto che, quasi in ogni canzone, lo spettro della lontananza e quello del distacco sono presenti spesso e  sotto forme diverse. Non ci ho fatto caso quando scrivevo.  Mi sono domandato che sapore avrebbe avuto un disco in cui avessi raccontato di un amore completo, realizzato e spogliato dalla paura. Non so… probabilmente dovrei viverlo prima di riuscire a raccontarlo.Intanto l’estate bussa alla porta e, come sempre mi succede in questo periodo, ho la tendenza a stilare un bilancio dell’inverno e del tempo passato. Non va male, davvero. I bersagli centrati mi aiutano a trovare il coraggio per tentare di prendere nuovamente la mira per quelli mancati. 

Qui, al “12″ sono passati in tanti, a pranzo e a cena. E su questo tavolo dal quale vi scrivo, si sono incrociate conversazioni di uomini e donne intelligenti e sensibili che hanno riempito casa mia di voci e di intuiti. Springsteen a Milano è stato strepitoso e commovente. Tom Mcrae è il disco che sto ascoltando e che vi consiglio. Con gli “ausiliarideltraffico” (?!) io non ci riesco a parlare… 

Grazie a tutti quelli che mi scrivono e che hanno comprato e ascoltato 1009.